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20Novembre2017

Mercoledì, 02 Settembre 2015 00:00

COLORI NATURALI IN MOSTRA

LAMOLI MUSEO DEI COLORI NATURALIA Lamoli, sull’Appennino umbro-marchigiano, un percorso tra storia, tradizione ed ecologia mette a confronto esperienze e saperi diversi attorno al tema dei colori naturali. 

Dai tempi più antichi la nostra civiltà ha sviluppato tecniche di tintura utilizzando la varietà delle specie erbacee presenti sul territorio. In Europa la Reseda, la Robbia e il Guado erano le piante da cui si estraevano i tre colori principali utilizzati nella tintura fino al XIX secolo: il rosso, il giallo e il blu-indaco. Tra queste piante il Guado (Isatis Tinctoria) assume una particolare importanza in quanto ha rappresentato per i territori di coltivazione una vera e propria fonte di ricchezza, tanto da essere definito “oro blu”. Era infatti l’unico colorante in grado di donare una tonalità azzurra di elevata qualità non solo in termini cromatici, ma anche in termini di resistenza alla luce e all’usura. Esso venne usato, oltre che per tingere tessuti, anche per miniare libri, dipingere tele, affreschi, terrecotte ecc. Il suo procedimento di lavorazione rimase immutato nei secoli: la raccolta manuale delle foglie, le tecniche di macinatura e di essiccazione del prodotto attraverso il metodo delle “cuccagne” (palle di Guado, da cui il famoso detto comune il “Paese della cuccagna”) e di fermentazione seguirono nei diversi Paesi fasi e tempi simili. Il commercio del Guado in Europa era così importante che dalla metà del 1200 in avanti fu, quasi ovunque, regolamentato in tutta la sua filiera per controllare la qualità della produzione. Nel XVII secolo l’introduzione dell’indaco (Indigofera Tinctoria) da Paesi tropicali, segnò un inesorabile declino dell’industria del Guado: per il “nuovo blu” che arrivava da oriente, furono abbandonate le coltivazioni e tutte le lavorazioni conseguenti. I coloranti naturali rimasero gli unici mezzi per colorare fino alla metà dell’ottocento quando, nel 1856, data della scoperta del primo colorante sintetico, meno costoso e soprattutto riproducibile, iniziò il loro declino. Nelle Marche, nell’area appenninica del Montefeltro (provincia di Pesaro-Urbino) al confine con la Toscana, il Guado dette impulso tra il XIV e il XVII secolo ad un grande sviluppo economico e sociale. Il Montefeltro si costituiva come un vero e proprio centro rinomato in molte aree d’Europa. Restano a testimonianza di questa antica economia e tradizione le circa 60 macine da Guado in pietra (unico ritrovamento al mondo così consistente), veri e propri reperti di archeologia industriale recuperati nell’area montana della provincia di Pesaro-Urbino e preziosi documenti d’archivio che raccontano di tecniche di coltivazione, di mescole, di unità di misura e di precise regole per la conduzione dei maceri. A partire dal recupero di questi reperti e documenti è stato creato circa quindici anni fa a Lamoli, sull’appennino Umbro-Marchigiano all’interno del complesso romanico benedettino di San Michele Arcangelo, il Museo dei colori naturali, che, oltre alla sezione espositiva, ha realizzato un “Campo Catalogo” delle diverse essenze e un laboratorio dimostrativo che affianca il Centro Sperimentale di ricerca ed estrazione per l’utilizzo dei pigmenti vegetali.

 

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